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DISCORSO
DI PAOLO VI ALL'UNIONE NAZIONALE MEDICI COLLABORATORI DELLA STAMPA DI INFORMAZIONI
ITALIANA (UNAMSI) ED AL CENTRO VOLONTARI DELLA SOFFERENZA, IN OCCASIONE DEL
CONGRESSO "LA PRESENZA DEL MALATO NELLA SOCIETÀ",
ROMA 12 APRILE 1972
Abbiamo
terminato adesso due altre Udienze: una che può fare invidia per la salute,
tutti giovanotti pieni di forza. Erano soldati: duemila soldati del Presidio di
Roma, con i loro Ufficiali.
E poi
abbiamo avuto l'Udienza nella grande Aula circa diecimila persone, di non
sappiamo quante Nazioni, che ci hanno trattenuto fino adesso, e vi hanno quindi
imposto un po' di attesa.
Ma qui
veniamo, diciamo, per concludere una mattina piena di grazia di Dio; e la vostra
presenza Ci riempie di una commozione speciale, di una simpatia che arriva al
cuore.
Noi
sappiamo che sono presenti due gruppi. Uno è quello dell'Unione Nazionale dei
Medici Collaboratori della Stampa d'Informazione Italiana.
Ecco, Ci
fa molto piacere di conoscere questo gruppo e di vederlo qui. La loro presenza,
per Noi, è un discorso; c'è un desiderio di conoscerci, di dialogare, di
essere riconosciuti.
E a
questo, diremmo, non facciamo fatica perché il Nostro nonno era medico, perché
un Nostro zio era medico, perché un Nostro carissimo fratello, morto l'anno
scorso, era medico; quindi è tutta un'atmosfera di simpatia, di rispetto, di
venerazione, di culto, diciamo pure che ci lega a voi.
Avremmo
anche un altro titolo per parlare bene di voi, cari medici. E che abbiamo quasi
sempre avuto bisogno dell'opera vostra: la Nostra vita, fin da bambino, ha
sempre avuto bisogno di questi angeli custodi che sono i medici premurosi. E
siamo arrivati alla rispettabile età, che ci fa vedere il tramonto vicino, ma,
insomma, sbarcando meno male il lunario! Perché? Perché abbiamo anche un po',
crediamo, lavorato, se non facendo molti frutti, ma, certo molti sforzi. E
questo è merito vostro.
E diamo
onore all'arte vostra, che insieme a quella del sacerdote ha questa prerogativa:
a titolo diverso, ma sullo stesso fine, si curva sull'uomo che soffre.
Noi preti
per tutte le necessità, per le sofferenze, per i bisogni umani e per i fini
spirituali. E voi? Voi, invece, con la carità che vede i mali fisici e cerca
l'uomo nella sua perfezione, come il Signore lo ha modellato e ideato, cercate
di ricomporlo nella sua statura ideale.
E
sappiamo, oh!, sappiamo che cosa significhi essere medico. Quanta sapienza!
Quanti studi! Ma soprattutto quanta arte umana di avvicinare, di consolare, di
conoscere; e quanta apparenza, come vediamo sul vostro volto, quasi di
indifferenza nel curare il male, come se fosse un fenomeno qualsiasi. Ma
sappiamo che avete il cuore dietro questa facciata, che deve essere impassibile,
puramente guidata dal rigore scientifico, tecnico e professionale. Siete uomini,
che avete scelto questa professione.
Avete poi
quest'altra prerogativa aggiunta, quella di dare notizie scientifiche e
divulgative, di essere Rappresentanti della Stampa Medica. E anche questo Ci dà
motivo di ammirazione per voi, pur senza mal essere stati lettori assidui, e
neanche occasionali di tale stampa, sebbene il Nostro dott. Piazza qualche volta
Ci abbia insegnato a leggere anche delle vostre produzioni letterarie. Ma è
un grande servizio, non fosse altro perché abbiamo sempre visto numerosissime
riviste sui tavoli, appunto, di quelle persone, Nostre parenti, che avevano
scelto la medicina come professione.
Che cosa
non si scrive, che cosa non si sa, che cosa non si esplora
e siete sempre in via di rinnovazione e di invenzione
in uno dei campi più fertili, in cui si esercita anche la scienza e
l'esperienza!
Diremmo
di più. Ma Ci fermiamo qui: quanto bene potete fare proprio scrivendo. Perché?
Ma perché si scrive sull'uomo, e l'uomo è guidato, sì, dalle leggi fisiche,
fisiologiche, biologiche, ecc. tutto
il campo somatico è un campo enciclopedico
ma sopra di questo si erge l'uomo spirituale, l'uomo con i suoi destini
morali e spirituali. E se il medico tiene conto di questa realtà, allora
veramente è il saggio che assiste la vita; e voi meritate di essere iscritti
fra i Maestri che guidano l'umanità.
Dunque
porgiamo il Nostro cordiale saluto a voi, Medici Collaboratori della Stampa di
Informazione Italiana, che partecipando al Convegno promosso in Roma dal Centro "Volontari
della Sofferenza"
siete venuti a portare con lodevole senso di fraterna solidarietà il
contributo della vostra esperienza e competenza.
Dicendo
questo, Noi crediamo di essere, per questi illustri medici e professionisti,
interpreti anche della gratitudine dei "volontari"
stessi. Siete riconoscenti al bravi medici, che vi assistono, non è vero? Ecco,
con questo assenso avete adesso l'occasione di manifestare la vostra
riconoscenza, associandovi a questa Nostra conversazione fraterna.
Ed essi
sono certamente contenti di essere con voi per testimoniarvi ancora una volta,
se ce ne fosse bisogno, con la loro presenza, quanto vogliano essere solidali
con le vostre sofferenze, e come la loro vita sia caratterizzata da questa
tensione, da questo sforzo: quello di vincere la sofferenza umana.
Quindi
gratitudine da una parte e dall'altra; una bella Udienza di amicizia.
In
secondo luogo salutiamo, in modo particolarissimo, voi, carissimi figli e
figlie, che appartenete alla grande famiglia orante dei "Volontari
della Sofferenza",
la quale, per mezzo vostro, Ci porta oggi l'espressione della propria fede e
della propria devozione.
Vi diamo
il Nostro benvenuto; e vorremmo che le Nostre parole dicessero a voi tutto
quello che in questo momento sentiamo nel Nostro cuore.
Sono
sentimenti di benevolenza, (il Papa vuol bene ai malati? Ma sì! Ve lo diciamo
con tutto il cuore!) e di comprensione del vostro stato. E'
la cosa che sembra più difficile. Un malato è un "solo",
un solitario, si sente quasi staccato da un abisso dagli altri che stanno bene,
che hanno la loro vita, e allora il dialogo sembra quasi impossibile o appare
una cosa convenzionale, superficiale.
Noi
crediamo invece, proprio per la missione che il Signore Ci ha dato, di non
essere insensibili ed incapaci di comprendere il vostro animo.
Il
Signore nel Vangelo è qualificato così: "Sciebat
quid esset in homine".
Lui sapeva ciò che c'era nel cuore dell'uomo (Gv. 2, 25).
Ora Noi,
con Nostra confusione ma non
possiamo sfuggire a questa realtà dobbiamo
rappresentare il Signore anche sotto questo aspetto e perciò uno dei Nostri
continui sforzi, diremmo la Nostra ginnastica spirituale, il Nostro alienamento
quotidiano è quello di capire gli altri, di comprenderli; e quanto più questi
altri sono lontani, o perché non credono, non partecipano alla nostra fede
comune, o perché sono immersi negli affari, che li soffocano nella profondità
della vita temporale, e, soprattutto, quanto più vi sono fratelli che si
sentono come voi separati, perché la parete del dolore li distingue dall'altra
categoria, Noi bussiamo a queste separazioni, a queste pareti, e vogliamo
capire.
Vorremmo,
figlioli, il Signore non Ci
smentisca nella Nostra sincerità essere
partecipi delle vostre sofferenze, essere fratelli e uniti a voi anche in quello
che voi patite e soffrite: "in
passione socii",
se il Signore Ci aiuta.
Abbiamo
poi un altro sentimento verso di voi, quello di un'ammirazione viva e sincera,
perché voi, alla luce dell'insegnamento della Croce di Cristo, avete così
ben compreso il valore incomparabile del dolore santificato. E uno dei fenomeni
più belli, sappiate. Potete meditarlo quanto volete:
Che cosa
pesa sulla sofferenza? Pesa il dubbio che essa sia inutile, pesa il dubbio che
sia perduta, quasi che sia una disintegrazione della vita.
Ricordiamo
(ma non sapremmo più trovare la citazione, per quanto l'abbiamo cercata,
perché l'abbiamo letta, forse, quarant'anni fa) una citazione attribuita a
Sant' Agostino, la quale dice così:
"Perdidistis
utilitatem calamitatis? Miserrimi facti estis".
Avete perduto il senso dell'utilità del dolore? Siete diventati i più
miserabili della vita . Lo diceva alla fine di un romanzo, un romanziere
francese, Bourget, circa 50 anni fa.
Ebbene,
invece, la grande sapienza, diremmo la grande rivelazione, la grande
metamorfosi che il Vangelo ha introdotto nel mondo, è quella di dare al
dolore un valore, di farlo corrispondere ad un prezzo che vale il nostro
riscatto.
Col
dolore Cristo ci ha redenti. Noi gli abbiamo buttato sulle spalle tutte le
nostre colpe, Lui le ha espiate e le ha annullate; le ha trasformate in merito
per la nostra redenzione con la Sua sofferenza. La sofferenza è diventata,
ripetiamo, estremamente utile.
Sarebbe
stato salvato il mondo senza la Croce di Cristo, senza il dolore del Signore?
Il dolore
ha in sé una virtualità di riscatto spirituale, di stimolo morale, diremmo di
esplorazione dell'interno dell'uomo, che nessuna psicanalisi,
nessuna esplorazione d'altro genere può trovare. E chi dà al dolore questa
potenzialità, che Cristo gli ha conferito, trova nel dolore quello che
trovate voi.
Non
sappiamo se diciamo troppo: siete felici? Felici come si può esserlo soffrendo,
certo! Si può soffrire ed essere felici con le lacrime agli occhi e con lo
spasimo nella carne; ma sapere che il dolore non è inutile, non è tempo
perduto,
non sono anni sciupati, non sono occasioni di vivere consumate, tutto ciò è
una forma di ardore che consuma ma che splende, che dà luce al mondo e entra
nel grande, misterioso disegno della Redenzione.
Perciò
quanto Noi stessi, unitamente ai Vescovi del Concilio Ecumenico Vaticano Il,
abbiamo ricordato nel Messaggio di chiusura rivolto ai sofferenti, Noi vorremmo
adesso ripetervi:
"Voi
tutti che sentite più gravemente il peso della Croce, voi che siete gli
sconosciuti del dolore, riprendete coraggio, voi siete i preferiti del Regno
di Dio. Beati coloro che soffrono perché saranno consolati. Voi rappresentate
il Regno della speranza, da una parte, della bontà, dall'altra, e della vita
che ci aspetta. Voi siete i fratelli di Cristo sofferente e con Lui, se lo
volete, voi salvate il mondo".
Quanto ha
bisogno questo nostro mondo di chi assuma su di sé, come Gesù, l'espiazione,
la riparazione, la penitenza. Ebbene, voi siete i candidati, anzi i prescelti
per questa missione espiatrice, per questa missione redentrice.
Certo
che, se non si ha la fede, tutto questo è discutibile. Ma anche quelli che
non hanno la fede, intendono, intravedono che questo è uno dei segreti più
fecondi, più belli, più luminosi e più trasformanti della nostra vita
terrena. Proprio alla sofferenza è legata la speranza che non fallisce:
"Chi
soffrirà con Gesù, con Gesù trionferà".
E allora
ecco la raccomandazione che vi faremo: sì, rimanere sempre in più intima
comunione non solo con Cristo, ma col Suo Corpo Mistico, con la Chiesa, Voi
nella Chiesa avete la vostra missione, come un prete ha la missione di
confessare, di predicare, di dire la Messa.
Chi
soffre ha la missione di dare la sua sofferenza per il bene degli altri. E un
servizio morale, spirituale, che voi fate, di inestimabile valore; e perciò
vi esortiamo davvero ad avvalorare la vostra sofferenza: per il bene vostro,
perché diventiate santi e buoni, e per quelli che vi circondano. Ma allargate,
allargate pure la vostra visione e dite: "Io
soffro per il Corpo di Cristo",
e ripeto in me ciò che San Paolo diceva di sé: "Adimpleo
ea quae desunt passionum Christi in carne mea"
(Col. 1, 24). Adempio nella mia carne ciò che deve essere il complemento
della passione redentrice di Cristo.
Da parte
Nostra, Noi vi accompagnano con la preghiera, che vi invoca da Dio ogni
consolazione e pace. Vorremmo davvero mettere dentro di voi (quante volte
vediamo assistere malati e offrire una bevanda, una medicina, qualche
ristoro); anche Noi vorremmo darvi un qualche ristoro, non fosse altro per
questa conversazione e comunicazione di anime, e mettere nel vostro cuore
questo tesoro, che è davvero anche esso attinto al Cuore del Signore: la
serenità, che nel Vangelo si chiama la pace, e che ci siamo sentiti augurare
nei vangeli pasquali: "Pace
a Voi! Pace a Voi!"
(Lc. 24, 36; Gv. 20, 19, 21). Noi ve la ripetiamo questa pace,
perché riposi in fondo al vostri cuori.
Oh! che
il Signore vi liberi anche dalla sofferenza fisica. Non desideriamo altro!
Auguriamo che i medici sappiano fare prodigi in questo senso. Ma quello che Noi
desideriamo è che anche con questa sofferenza e con questa immobilità
mortificante che è la vostra, voi abbiate in fondo al cuore un'isola, una
piccola stanza, una cella tutta vostra, di pace, ove possiate raccogliervi, e
dire: "Signore,
sia fatta la Tua Volontà".
E questa
coincidenza fra la volontà di Dio, che guida il mondo e in cui entra tutta la
fenomenologia degli avvenimenti umani, e la nostra, è una delle armonie umane
e spirituali più belle, e diremmo più risonanti nel cielo, che ascoltino gli
Angeli.
La
raccomandazione che vi facciamo è pertanto questa: sappiate essere sereni.
Con la Nostra preghiera vi invochiamo da Dio ogni consolazione, pace, serenità
e forza d'animo, fiducia ed abbandono in Lui.
Ed ora
nel nome del Signore, ed in pegno della Nostra benevolenza, a voi tutti qui
presenti impartiamo una Benedizione speciale.
Voi
direte: il Papa ha sempre Benedizioni speciali! Sì, abbiamo Benedizioni
speciali. Come voi avete medicine speciali, così Noi abbiamo Benedizioni
speciali proprio per chi soffre, e queste Benedizioni vogliono essere di natura
tale da avvalorare la vostra sofferenza, da consolarla e da far sentire il senso
di comunione con tutto il Corpo Mistico che è la Chiesa, con tutto il mondo che
deve salvarsi, e può esserlo anche un po' per merito vostro.
Vi diamo
quindi una Benedizione speciale e la estendiamo a chi? Alle vostre famiglie!
Quante volte voi avrete detto: Ma guarda! Io sono a casa un incomodo per la mia
famiglia! Ebbene, che siano benedette, che siano consolate, che siano
ricompensate, le vostre famiglie, dell'assistenza che vi prodigano. E poi tutti
quelli che vi vogliono bene: i medici, i sanitari, le suore, gli infermieri,
tutte le persone che si dedicano a consolarvi, ad assistervi, a rompere il
cerchio
della vostra solitudine e a dare alla vostra sofferenza pace e conforto fisico
finché è possibile, ma soprattutto ricchezza e speranza spirituale oltre il
possibile, oltre cioè la misura umana, per farle raggiungere quella di Cristo.
E adesso,
allora, per essere buoni e bravi, e per finire bene questa udienza, diremo
insieme una piccola preghiera: reciteremo insieme il "Regina
Coeli"
alla Madonna, e poi vi diamo una Benedizione, quale voi meritate e aspettate
da Noi.
E pregate
per Noi che Noi pregheremo per voi, restando uniti in questo vincolo di
affetto e di preghiera continua. Amen.
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