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Archivio di Agosto 2008

Come crescono le ali

Mercoledì, 6 Agosto 2008

Mouda, novembre 2006

  

La storia che vorrei raccontarvi…non inizia con “c’era una volta ” , perché c’è ancora, e non finirà con “tutti vissero felici e contenti ”, perché non è ancora finita…è iniziata tre anni fa, quando fece capolino su questo mondo un bimbo…era come tutti gli altri, e nel suo piccolo cuoricino per tutto il viaggio che fece per arrivare a noi, si chiedeva entusiasta dove sarebbe capitato, come fosse davvero quella terra di cui tutti parlavano.

 Una volta arrivato era esausto, per l’ultimo tratto di strada aveva dovuto fare tanti sforzi, a quanto pare l’ingresso al mondo era un poco difficoltoso!!!

Appena aprì gli occhi gli venne da piangere, ma lui non sapeva ancora cosa voleva dire piangere, sentì solo delle calde gocce d’acqua che gli rigavano il viso e una strana aria gli entrava dentro…quando si abituò a tutto questo smise e cominciò guardarsi attorno.

 Era strano questo mondo,faceva davvero tanto caldo,attorno a lui c’erano dei giganti,alcuni sorridevano,tante voci,confusione,non capiva molto ma tra tutte quelle voci ne  riconobbe una: l’aveva sentita per tutto il viaggio e gli era sembrata così dolce che vedere finalmente da chi provenisse gli sembrava così bello.

Era la voce di uno di quei giganti, guardò il suo viso e pensò che probabilmente niente al mondo sarebbe stato così dolce, caldo, bello…gli si attaccò forte e avrebbe voluto non staccarsi mai…

 Era stanco; ad un certo punto dal suo pancino sentì una cosa strana, come un rumore,e pensò che aveva bisogno di riempirlo e forse quel rumore se  ne sarebbe andato…col tempo purtroppo imparò che quel rumore si chiamava fame.

Quel dolce gigante buono gli fece un sorriso e gli avvicinò alla bocca una cosa strana che aveva attaccato sopra la pancia e con gioia il bambino scoprì che da quel strano sacchettino usciva un liquido caldo e buono…ma non era tanto, infatti finì presto, prima che sparisse del tutto quel rumore.

Si sentiva strano e anche un po’ arrabbiato e quelle strane gocce calde iniziarono a scendere copiose di nuovo dai suoi occhietti; il gigante buono lo strinse forte a sé, così  una parola prima mai conosciuta si era come materializzata nella sua testa:”mamma”.

Questa parola era calda come quel gigante buono, e decise che l’avrebbe chiamato d’ora in poi così.

Il tempo passava e lui cominciò a prendere confidenza con il mondo attorno a se, ma dopo poco capì che qualcosa non andava per il verso giusto; prima di tutto quel rumore dal suo pancino non se ne  andava mai del tutto, i giganti attorno a lui facevano cose strane e molte volte si chiedeva se, quel mondo di cui tutti parlavano da dove era venuto lui, non fossero solo racconti, bugie, o forse lui aveva sbagliato uscita.

Nessuno gli aveva parlato di quel rumore oramai insopportabile, e non riusciva a capire perché mai quelle ali che tutti dicevano gli sarebbero cresciute col tempo, a lui non erano ancora uscite.

E ad un certo punto si sentì talmente triste e arrabbiato, solo e sconfitto che si convinse che aveva proprio sbagliato strada e smise di credere alle ali, smise di credere a tutto quello che gli era stato raccontato e non sorrise più, non fece più uno sforzo, non voleva neanche piangere per non sentire ancora più forte quel rumore nella pancia che oramai aveva capito che si chiamava fame.

Un giorno però lo portarono in un posto, era la prima volta che se ne andava da quel mondo che aveva sempre visto attorno a sé e si chiedeva se, magari, stesse andando finalmente sulla terra che sempre gli avevano descritto.

Ma presto si ricredette, perché in quel posto tutti i giganti intorno a lui  gli volevano far fare cose che proprio lui non voleva fare, e sorridevano mentre lui soffriva e non capiva cosa avessero tanto da esser contenti.

Il mondo non era una cosa fantastica e le ali non crescono a nessuno…le ali non esistevano…

Passava il tempo e imparò a conoscere i giganti intorno a lui e capì che in fondo non erano così malvagi… gli stavano pure facendo passare quel rumore dalla pancia…oramai quasi l’aveva dimenticato.

Un giorno sentì una cosa strana, come una spinta forte dalle sue gambe e improvvisamente si senti come più leggero… le ali.. forse erano quelle le ali… e se stessero crescendo anche a lui???

Da quel giorno non smise più di cercare, sforzarsi di mettere un piede davanti all’altro, pensava che così le ali gli sarebbero cresciute più in fretta.

Si ritrovò a sorridere e ridere di nuovo, come quando era appena arrivato al mondo, quasi se l’era dimenticato come si faceva.

Più metteva un piede davanti all’altro e più si sentiva libero e forte e un giorno decise che voleva provare da solo…voleva fare una sorpresa a quei giganti che l’avevano aiutato e raccolse tutte le sue forze e cercò di spiegare le ali… un’ immenso calore lo avvolse tutto e mise da solo, per la prima volta un piede davanti all’altro.

Pensò che probabilmente ce le aveva sempre avute ma non avevano potuto crescere perché il suo gigante mamma non aveva niente per aiutarlo!!!

Non aveva sbagliato uscita, era solo capitato in un posto un po’ più duro di quello che avevano raccontato gli altri ma, anche se non c’era tutto quello di cui aveva sempre sentito parlare, una cosa c’era ed era la più dolce che si poteva sentire…la cosa più grande,la cosa più colorata, la cosa più luminosa.. ora la conosceva anche lui e aveva un suono stupendo, era amore…che per lui faceva rima con ali.

Questa storia è anche quella di tanti altri bambini, uomini, donne  che pensano di aver sbagliato l’uscita e non riescono a spiegare le loro ali…

Sta a noi, alla nostra coscienza, aiutarli a far in modo che il mondo in cui vivono non sia per loro l’uscita sbagliata …possiamo dare loro le ali..

 

                                                                                                         Daniela

 

 

 

APRIRE IL PROPRIO CUORE

Martedì, 5 Agosto 2008

Forse per la prima volta in Africa ho sentito di aver finora vissuto solo per me stessa,pensando ai miei desideri,a cio’ che io potevo prendere dagli altri e non cosa io potevo dare agli altri,forse finora tendevo a vivere così non tanto per egoismo ma soprattutto perchè forse mai prima mi era stato chiesto di donarmi come qui.Ogni giorno qui le persone ti chiedono aiuto sopratutto i bambini,ti chiedono di essere ascoltati,di essere coccolati,di essere amati,in fondo tutti questi bambini non hanno mai avuto una madre che si occupasse di loro e spesso neppure un padre,pernso ad un bambino si chiama Magiamai,vive nel villaggio di Mouda appena fuori la fondazione,il padre è molto anziano e la madre è cieca,lui il più grande di tre fratelli, non può vivere felice come un bambino da noi e pensare solo alla scuola e a divertirsi,ma deve badare da solo a se stesso ed anche alla madre,è infatti lui che ogni giorno l’aiuta nei lavori,è lui che deve pensare ai fratelli più piccoli,la famiglia poi è molto povera perciò spesso mangia anche una sola volta al giorno,non viene quasi mai lavato,seguito,forse per questo ogni volta che ti vede ti corre in contro e ti stringe forte forte,forse in questo modo mi stà chiedendo di amarlo,di protteggerlo .Uscire da se stessi per aprirsi agli altri non è cosa facile,bisogna avere coraggio,ci vuole tempo,fatica e costanza,ma credo vagla la pena tentare,se restiamo chiusi in noi stessi non saremo mai veramente felici. 

Enrica

UN SOTTILE FILO CI SEPARA

Sabato, 2 Agosto 2008

Ho trascorso poche settimane qui in africa,troppo poche per creare relazioni profonde soprattutto con le persone africane del luogo,ma ho avuto la sensazione,confermata anche da chi qui ci vive da anni,che tra noi ,bianchi,e loro neri,benchè siamo comunque persone,certamente con enormi differenze culturali,ma comunque persone,rimane sempre un certo distacco.Per quanto si possano creare relazioni anche molto ravvicinate come l’amicizia,ma da parte loro il bianco viene sempre visto come qualcuno di irraggiungibile,diverso da loro,di cui comunque non si potrà mai fidare completamente,come se tra bianco e nero ci fosse sempre un sottile filo che li separa.Questo perchè loro associano al bianco il denaro,se tu sei bianco sei ricco e quindi potente puoi fare ciò  che vuoi.Probabilmente questa loro visione affonda le radici nel colonialismo del passato,infatti questo distacco non esiste con i bambini,ma è solo con gli adulti,spesso accompagnato dall’idea che tu bianco sia in debito con loro,che tu gli debba qualcosa.Visto il passato ed anche molte situazioni attuali di sfruttamento da parte dei paesi occidentali sull’Africa,comprendo la loro diffidenza,anche se non la condivido quando è cosi’ generalizzata,anche quando è rivolta verso missionari e volontari che sono qui in Africa con loro e non contro di loro,sono qui con l’unico fine di aiutarli e lo dimostrano ogni giorno attraverso il loro lavoro quotidiano nelle missioni.

Enrica

LA COMUNICAZIONE

Sabato, 2 Agosto 2008

Comunicare con la gente del posto non è facile,alcuni parlano il francese che peraltro io non conosco,lo stò imparando giorno per giorno,anche se lo avessi studiato,il francese parlato qui è ben diverso dal vero francese qui è un pò modificato,comunque vi dò un consiglio se avete intenzione di fare un’esperienza è meglio avere una conoscenza base del francese.Quando però ci si sposta nei villaggi più lontani dalle città,pochi conoscono il francese i più parlano lingue locali per noi assolutamente incomprensibili,mi è capitato giorni fa  a Toulum,un piccolo vilaggio al confine con il Ciad,è un luogo lontano da città e non è una meta turistica,quindi vi lascio immagginare nessuno o quasi parlava il francese,se con me non ci fosse stato a guidarmi un prete che qui vive da 20 anni e conosce bene la lingua locale non so proprio come avrei fatto.Nonostante la mia comunicazione qui sia limitata se non nulla,riesco comunque a sentirmi in relazione con le persone,una relazione fatta di gesti,di sguardi,a volte infatti basta un semplice sorriso,a volte le parole sono superflue,di fronte ad un bambino sofferente non servono parole,anzi sarebbero inutili,basta un sorriso ed una carezza,in fondo si dice che quasi il 90% della comunicazione tra persone non sia verbale,un semplice sguardo o un abbraccio valgono più di tante parole:è il linguaggio del cuore.

Enrica

UN MONDO DI LINGUE

Venerdì, 1 Agosto 2008

Qui in Camerun,esiste una straordinaria pluralità di lingue,ufficialmente si parla il francese e l’inglese,francese al nord e inglese al sud,é un po’ un fatto raro che in uno stesso stato per metà sia parlata una lingua e per l’altra metà un’altra,quindi chi dal nord va al sud si trova completamente spaesato infatti qui al nord conoscono solo il francese e nulla dell’inglese ,viceversa al sud,proprio perché anche a scuola vengono insegnate lingue diverse,cio’ dipende dal fatto che in passato il nord del Camerun é stato un territorio che apparteneva al Ciad ex-colomia francese.Queste poi sono le lingue ufficiali,parlate solo dai giovani o comunque da chi ha potuto frequentare la scuola.In realtà esiste un universo di lingue locali,qui per esempio nella zona in cui mi trovo si parla il fufuldi’ e il rimsiki’,un po’ come i dialetti da noi in Italia,ma con la differenza che una lingua locale rispetto ad un’altra é completamente diversa e cambia molto da un villaggio ad un altro distanti anche pochi chilometri,infatti mi spiegavano che esiste poi una lingua chiamata fufuldi’ comune al nord del Camerun che funge da lingua veicolare per la comunicazione tra villaggi della stessa zona.La difficoltà di imparare queste lingue locali (il cui studio é necessario se si vuole entrare in relazione con la gente) é che non esiste una grammatica con regole scritte,sono tutte lingue che si tramandano oralmente,per questo poi sono lingue anche in continua evoluzione,infatti un padre del pime che vive qui da quai 20 anni e da anni si dedica allo studio di queste lingue,dice che ogni anno al dizionario che sta scrivendo deve aggiungere diverse decine di nuove espressioni.Mentre da noi i dialetti locali stanno scomparendo qui invece continuano a persistere anzi per alcuni é l’unica vera lingua.

Enrica